venerdì 15 luglio 2011

Un tempo per volerci bene

Foto di Eileen Delhi
E' iniziato l’esodo annuale. Come rispondendo ad un misterioso comando le città si svuotano, il fiume umano inverte la rotta: non più dalle periferie al centro o ai posti di lavoro, ma verso fuori, quasi una fuga… verso il mare, i monti, i luoghi dell’evasione. Le grandi città ridiventano per un po’ più vivibili, più umane, decongestionate dal traffico frenetico. Nel periodo di punta dell’esodo estivo paiono deserte. I negozi chiusi, le saracinesche abbassate danno un vago senso di vuoto, di abbandono, perfino di lutto. Al contrario, come per un gigantesco movimento diastolico, si riempiono le località turistiche: paesetti sonnacchiosi per il resto dell’anno improvvisamente si rianimano di voci e di volti nuovi o che si rivedono puntualmente ad ogni estate.
    Sono arrivate le ferie (giorni di astensione dal lavoro in onore degli dei, così le intendevano i latini). E’ tempo di vacanze. Parole magiche, sconosciute un tempo nella civiltà contadina della mia infanzia, quando il tempo lasciato improvvisamente libero dalla chiusura delle scuole si dilatava a dismisura e non si sapeva bene come riempirlo. E allora si cercava qualche piccolo lavoro a bottega, un’occupazione stagionale in campagna per non “stare in ozio”. Ci sembrava, a noi ragazzini dell’immediato dopoguerra, quasi un peccato tutto quel tempo sciupato senza far nulla, mentre tutti gli adulti lavoravano sodo. Quando le scuole chiudevano i battenti mi assaliva una strana sensazione di melanconia: non udire il richiamo della campanella, non vedere più gli amici tutti i giorni come prima, non sapere cosa fare. Ecco allora le parrocchie organizzare le famose colonie e i campeggi estivi per dare a tutti la possibilità di trascorrere in modo fruttuoso le vacanze. Capisco ciò che mi diceva giorni fa una suora missionaria in Africa: “Le nostre ragazze non amano le vacanze e ci chiedono quando possono tornare a scuola”. Anche perché a casa le attende un duro lavoro, forse cibo scarso, ma soprattutto perché manca la compagnia delle amiche.
    Dunque vacanze come sinonimo di tempo vuoto, sciupato? Le risposte possono essere tante: si, no, forse… Dipende da come le viviamo.
Se concepite come pura evasione, fuga come da un carcere per rompere la monotonia di una vita di lavoro alienante, occasione per un divertimento frenetico, tempo per fuggire da se stessi, per non pensare, possono diventare a loro volta alienanti, fonte di dissipazione e di dispersione. Abbiamo bisogno tutti di ricomporre la nostra unità interiore, seriamente minacciata dal ritmo a cui siamo sottoposti per la maggior parte dell’anno. Direi che le vacanze sono un momento propizio per il ricupero di noi stessi, un momento per volerci bene. “Rede in te ipsum” dicevano gli antichi maestri di spirito: ritorna in te stesso. Scendere nell’intimo del nostro cuore, nella cella interiore, ci insegnano i mistici.
    Vacanze quindi come tempo di contemplazione. Etimologicamente contemplare significa osservare attentamente il tempio, luogo consacrato agli dei. Per noi può essere l’osservazione attenta del grande tempio di Dio che è la natura, non solo con gli occhi ma col cuore, sul modello di S. Francesco. Ma c’è anche un tempio in cui Dio vuol abitare come sua dimora e siamo noi stessi. In questo senso tempio di Dio è anche la mia storia, perché siamo costruiti come persona dai fatti, dalle cose, dalle persone che Dio ci mette accanto.
    Fermarci per ricordare (rimetterci nel cuore) la nostra storia, non per rattristarci, per rimpiangere le occasioni perdute, ma per vedere il cammino che Dio ha fatto con noi. “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto… per sapere quello che avevi nel cuore.” Questo invito di Mosè al suo popolo, di contemplare il tempo della vita nel deserto, terra di scorpioni e di serpenti velenosi, ma anche terra dove è stato nutrito di manna e dissetato di acqua scaturita dalla roccia, vale anche per noi. Ricordare, fare memoria è far pace con noi stessi, con gli altri, con la vita perché scopriamo di essere amati, comunque siamo. Dimenticare, scordare è la radice di tutti i mali.
    Infine vacanze come tempo di relazioni. Ciò che ci forma e ci salva sono le relazioni autentiche, da riscoprire attraverso una maggiore attenzione per chi vive al nostro fianco, ma anche per chi ci è concesso di incontrare: e le vacanze possono essere tempo di incontri, se non ci isoliamo nella nostra presunta autosufficienza.
Anche lo stile con cui viviamo le nostre vacanze, sia partendo sia rimanendo a casa, può essere una forma di alfabetizzazione del cuore, un aver cura di noi stessi per poterci prendere cura dei nostri fratelli.
Don Aldo Martini

mercoledì 1 giugno 2011

Sorella acqua


Chi non ricorda il Cantico delle Creature, nel quale S. Francesco d’Assisi benedice Dio per i doni della Sua creazione? Dopo la lode per il sole, la luna, le stelle e frate vento, il Santo tesse l’elogio dell’acqua: “Laudato si’, mi’ Signore, per sora acqua, / la quale è molto utile / et humile et pretiosa et casta.” Non desta meraviglia se sorella acqua sia anche uno degli attributi rivolti allo Spirito Santo nell’inno di Pentecoste “Veni, creator Spiritus” in cui la Liturgia cristiana lo invoca come “fons vivus”cioè fonte di acqua che dà vita. Rientra nel disegno dell’Incarnazione di Dio che gli elementi più comuni e indispensabili per la vita umana, come la terra coi suoi frutti, il fuoco, l’aria e l’acqua, oltre che elementi vitali assumano anche il simbolo di portatori di quella vita -la Sua- che il Signore ci vuol donare. Pane, vino, olio, sale, fuoco, acqua sono i segni liturgici più eloquenti. Con un po’ d’acqua e l’invocazione dello Spirito Santo, diventiamo addirittura partecipi della vita di Dio, suoi figli. E’ la meraviglia incredibile che si compie ogni volta che battezzo una nuova creatura mediante sorella acqua… Sono i sentimenti di stupore e di lode che mi accompagnano quando mi è concesso di compiere questo grande gesto creatore, come per la piccola Elena (in copertina), fatta nuova creatura per il dono del Battesimo.
Sorella acqua è oggi al centro di grandi dibattiti a livello non solo casalingo, ma mondiale. Perché ciò che è un dono del Creatore, per tutti gli esseri viventi, rischia, per l’insipienza e l’ingordigia dell’uomo, una volta dimenticata la sua origine e la sua vocazione di custode e non di padrone assoluto della creazione, di essere rovinato, rapinato e trasformato in motivo di conflitto e di morte.
Oggi si parla di diritto all’acqua, oltre che alla terra, al cibo, alla salute, all’istruzione, come di una questione vitale. Le statistiche, sia pure prese con beneficio di inventario, sono allarmanti. Si parla di 1 miliardo e 400 milioni di uomini, donne e bambini che non hanno accesso all’acqua potabile; si calcola che nei Paesi in Via di Sviluppo 2.200.000 persone in gran maggioranza bambini, muoiano ogni anno per malattie causate dalla carenza o cattiva qualità dell’acqua, per igiene scadente e cibi contaminati. Eppure l’acqua è il principio della vita, fondamentale per qualsiasi organismo vivente e che nulla può sostituire. Per questo l’acqua è patrimonio dell’umanità, dipendendo da essa la vita e la salute individuale e collettiva.
La maggior parte dell’acqua del pianeta si trova nei mari, ma è salata. Solo il 3% dell’acqua è “dolce”, ma si trova nei ghiacciai o negli strati profondi della terra. Abbiamo accesso in definitiva solo all’1% delle risorse idriche, che di per sé sarebbero sufficienti ad alimentare il doppio o forse il triplo della popolazione attuale. Il problema è che l’acqua non è disponibile in modo uniforme e per tutti. E’ la mancanza di investimenti nei sistemi idrici e l’inadeguata manutenzione degli acquedotti la principale causa della carenza di acqua potabile nel mondo. Ma anche l’intervento sconsiderato dell’uomo e del suo sistema economico e politico ha reso critica la situazione negli ultimi 50 anni. Diminuisce la quantità d’acqua potabile a causa dell’uso industriale (si calcola che occorrano 700 litri d’acqua per produrre 1 kg di carta e 20.000 litri per 1 kg di carne bovina dove occorre un’irrigazione intensiva), a causa della deforestazione e conseguente desertificazione… Diminuisce la sua qualità a causa della contaminazione dovuta all’uso di concimi chimici in agricoltura, incentivato dalle multinazionali della petrolchimica, dei nitrati e fosfati dovuti agli allevamenti intensivi. Per cui, se fino ad oggi si sono combattute molte guerre per il petrolio, in futuro sarà l’acqua la causa principale dei conflitti. I territori ricchi di acqua fanno gola a molti Paesi. Nel Forum Mondiale dell’Acqua all’Aia (marzo 2000) è stato calcolato che per fornire l’acqua a coloro che ne sono privi sarebbe stato necessario investire 180 miliardi di dollari tra il 2000-2005: è stato giudicato un costo eccessivo. Però il costo degli armamenti per lo stesso arco di tempo è stato di 4.500 miliardi, 25 volte il bilancio dell’acqua, ma nessuna ha fiatato. La Banca Mondiale pone come condizione per la riduzione del debito ai Paesi poveri la privatizzazione della distribuzione dell’acqua. L’ultima trovata è stato il commercio mondiale dell’acqua in bottiglia, il cui prezzo può giungere sino a 10.000 volte quello dell’acqua corrente del sistema pubblico di distribuzione. E dietro a questo commercio troviamo le grandi multinazionali. Il maggior rischio è vedere il settore idrico fagocitato da chi, ignorando l’acqua come bene comune e patrimonio dell’umanità, moltiplica a dismisura i profitti a scapito come sempre dei poveri.
L’OPAM sempre più pone attenzione alle richieste che riguardano l’acqua per le scuole (sia costruzione di cisterne che di servizi igienici), in modo da prevenire attraverso un servizio efficiente e un’adeguata istruzione le tante malattie legate all’acqua. E’ il nostro piccolo contributo alla Pace, che nasce dal rispetto dei diritti umani per tutti e che vi chiediamo di sostenere con la vostra ammirevole generosità.
Don Aldo Martini

giovedì 28 aprile 2011

Non abbiate paura

Foto di Cristian Gennari

Scrivo queste righe alla vigilia della beatificazione di Giovanni Paolo II, quando la Chiesa e Roma in particolare si apprestano a rivivere un grande evento storico. Riandando con la memoria a quel 22 ottobre 1978, la cosa che più mi impressionò, nel discorso di inizio del pontificato di questo papa venuto “di lontano”, fu il suo grido:“Non abbiate paura. Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo scandito con una fermezza e una convinzione così profonda che mi commossero e mi impressionarono. Era, il suo, un autentico annuncio pasquale! “Non temete” è infatti l’invito più insistente che il Signore Risorto rivolge ai suoi discepoli e quindi oggi anche a noi che cerchiamo di seguirlo.
Tante sono le ragioni di aver paura: di carattere personale (il lavoro, la malattia, la solitudine, l’incertezza del domani), ma anche di carattere più generale (il momento storico che viviamo, gli scenari politici, sociali, economici così incerti), arrivando fino a toccare a volte i fondamenti stessi della fede e le ragioni del nostro vivere. Ma ancora più forti sono le ragioni del coraggio e della speranza.
Ho ricevuto per Pasqua una riflessione piena di sapienza e che si innesta su questo tema, da parte di un grande biblista, il P. Francesco Rossi de Gasperis, maestro e amico. Col suo permesso la condivido con voi.
“Non abbiamo paura se, come giustamente osserva Benedetto XVI, l’Occidente sembra mostrarsi stanco della fede cristiana e, annoiato della propria storia e cultura, non vuole più conoscere la fede in Gesù Cristo. La fede cristiana viene da Oriente e, proprio in questi giorni, folle di uomini, di donne e di bambini sbarcano in Europa provenendo dall’Africa e dall’Asia, così come un giorno folle di pagani giunsero a Gesù dalla Decapoli, e lo spinsero a moltiplicare una seconda volta pani e pesci, per sfamare la loro fame di lui (Mt 15,32-39; Mc 8,1-10). Incontratolo, essi si misero allora a lodare il Dio d’Israele (Mt 15,31). Che cosa sappiamo noi di ciò che il Signore del Settentrione e del Mezzogiorno, dell’Oriente e dell’Occidente, prepara per il suo popolo e per l’umanità, attraverso questi grandi movimenti migratori e attraverso le sollevazioni dei popoli arabi dell’Africa del nord e del Medio Oriente? Non è forse il modo stentato e freddo, con cui certi governi e popolazioni europee accolgono a denti stretti e a condizioni esose, o addirittura respingono, “profughi e clandestini” africani o asiatici, il segno che “la nostra evangelizzazione di europei – si tratti di cattolici o protestanti od ortodossi –, per quanto ricca di fede e di arte, non è stata forse, a suo tempo, (proprio per una sua miscela di arroganza nazionalistica e di complessi di superiorità culturale e politica) perfettamente fedele all’Evangelo di Gesù? Non è stata forse una causa di ciò l’assenza fino a oggi del contributo che i grandi popoli e le culture dell’Africa e dell’Asia sarebbero in grado di apportare a una completa ed equilibrata evangelizzazione della terra? Non dimentichiamo mai che la fede cristiana non si identifica né con l’Occidente o con l’Oriente, con il nord o con il sud dell’umanità, ma discende come dono gratuito da Dio, destinato a illuminare tutte le culture umane, senza peraltro identificarsi con nessuna di esse. Non abbiamo paura, abbiamo pace solamente in Gesù risorto. Nel mondo, lo constatiamo, a causa della nostra fede abbiamo tribolazioni – così è oggi in tanti paesi –, ma coraggio: Egli ha vinto il mondo! (cfr. Gv 16,33). E’ vero che oggi sull’Italia si distende la notte di una drammatica confusione delle coscienze e dei costumi, quando si chiama bene il male e male il bene, si cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, si cambia l’amaro in dolce e il dolce in amaro (cfr. Is 5,20). L’Italia è prigioniera, tra l’altro, di una vertiginosa decadenza culturale, promossa da una politica manifestamente ambigua, fatta di menzogne e di interessi di bassissima lega. La Chiesa, però, non va confusa con l’Italia. In essa risplende permanente la fiamma del Cero, acceso dal fuoco nuovo dello Spirito, nella notte della Vigilia pasquale. Seguiamolo con passo fermo e fiducioso, e riscaldiamoci alla sua luce. Tra le tenebre delle passioni più meschine e delle mondanità umane, noi avanziamo dietro il Cero, cantando l’Exultet glorioso della Risurrezione”.
Nel nostro quotidiano lavoro all’OPAM, intessuto di incontri e di esperienze provenienti da ogni parte del mondo, possiamo testimoniare quanta ricchezza di fede e di coraggio nutre la vita di tanti nostri fratelli e sorelle, poveri di beni materiali ma capaci a volte di gesti eroici, che ci fanno vergognare della nostra tiepidezza. Penso oggi in particolare ai 40 ragazzi del seminario di Buta in Burundi assassinati il 30 aprile 1997 per aver custodito l’unità e non aver denunciato i loro fratelli dell’altra etnia. Penso all’eroismo dei fratelli del Pakistan, dell’Iraq, dell’India che rischiano la vita per il nome di Cristo. Ma penso anche all’impegno di tanti uomini e donne sparsi ovunque che quotidianamente affrontano disagi e ostacoli di ogni genere per promuovere la giustizia, la verità, la pace, l’amore in un mondo spesso scettico e cinico. Ascoltando l’invito sempre attuale di Giovanni Paolo II, senza paura spalanchiamo le nostre porte alla novità dello Spirito, fonte di libertà, di coraggio e di speranza.
Don Aldo Martini

lunedì 4 aprile 2011

Per un mondo di fratelli

Questo numero del giornale è dedicato in particolare ai “Gemellaggi scolastici”.
A che serve un gemellaggio? E’ la domanda che spesso ci viene rivolta. Val la pena proporre un gemellaggio tra scuole del Nord e del Sud del mondo, viste le tante difficoltà che comporta? Che frutto può mai dare, al di là di un po’ di curiosità e di entusiasmo iniziali?
Certo un gemellaggio fra alunni di scuole di Paesi tanto diversi pone qualche problema. Anzitutto la lingua in cui corrispondere. Non dimentichiamoci che le nostre lingue più comunemente parlate anche fuori dall’Europa, come il francese, l’inglese, lo spagnolo, il portoghese, non sono quasi mai la lingua madre di nessuno dei Paesi con cui si stringono i gemellaggi. Anche per i ragazzi dell’India, delle Filippine, della Thailandia… esse vanno imparate come seconda o terza lingua. Le comunicazioni poi sono un altro ostacolo. Per noi, abituati all’uso di internet, è inconcepibile che in tantissimi luoghi non esista neanche la corrente elettrica, per cui una lettera può impiegare mesi per giungere a destinazione, sempre che esista un servizio postale. Ma con un po’ di pazienza, conoscendo le difficoltà, si può ovviare anche a questo.
I veri problemi sono altri. Sono ad esempio la sfiducia in proposte educative serie e valide da parte di chi ha il dovere di non abdicare a questo compito: la famiglia certo, ma anche la scuola.
I bambini sono un formidabile capitale da non sciupare assolutamente. Ciò che stupisce in loro è la spontaneità e l’immediatezza con cui sanno instaurare rapporti umani. Quelle che per noi adulti sono le cosiddette barriere razziali, culturali, religiose, semplicemente non esistono per loro. L’altro è percepito come un amico, portatore di valori diversi, non sentiti come una minaccia da cui difendersi, ma che destano semmai curiosità. Se accompagnati dall’insegnante in questo confronto, i ragazzi attraverso i gemellaggi possono fare esperienze fondamentali per una convivenza fraterna. In questo modo si gettano in un terreno accogliente i semi della Pace.
E’ questa la prima forma di alfabetizzazione, a cui porre mano con urgenza in casa nostra. La storia procede a velocità crescente e ci mette ogni giorno di più a contatto con altri mondi, culture, mentalità… Ci presenta anche i conti da pagare di un sistema economico basato in gran parte su uno sfruttamento ingiusto di altri Paesi, per questa ragione condannati ad essere sempre più poveri. Gli antichi equilibri di forze non reggono più perché non fondati sulla giustizia e sulla verità. Chi e cosa ci potranno salvare? Non sono un profeta, né figlio di profeti, ma non credo occorra molto acume per capire che la salvezza potrà venire solo dal cuore dell’uomo. Perché è di lì che sgorga il male in ogni sua forma (ma anche il bene…). Il cuore, ossia il centro della persona, si risana se sa coltivare relazioni giuste e sane. E’ la relazione che può salvare, se fatta di rispetto e di benevolenza, cose che nascono a loro volta da una conoscenza e una fiducia reciproche. E’ in fondo la relazione fraterna che ci può salvare dall’autodistruzione. Ma la fraternità, come l’amore, è un’arte che si impara educandoci ad essa ed educando i bambini a praticarla.
E’ quanto cerchiamo di perseguire con il modesto strumento dei gemellaggi scolastici, che non sono una forma camuffata di raccolta fondi, ma un atto di fiducia e di speranza nei piccoli, il futuro del mondo, come un po’ retoricamente li definiamo. E’ indubbio che saranno loro i protagonisti della storia di domani. Se non ce ne curiamo ci stiamo tagliando l’erba sotto i piedi, come si usa dire. Uno dei compiti istituzionali dell’OPAM è proprio “la promozione di una cultura della solidarietà sociale e di tutela dell’infanzia” (Statuto art.4c). E Dio sa quanto ce ne sia urgenza in quest’ora della storia.
I gemellaggi, su cui sarebbe necessario investire maggiori energie, sono uno strumento a mio modesto avviso validissimo, se condotti con passione e intelligenza. Seminiamo con fiducia il seme della Fraternità. Sé vero che “un’ingiustizia commessa da qualche parte è una minaccia per la giustizia del mondo”, come diceva Martin L. King, è altrettanto vero che un gesto fraterno può rendere migliore la nostra convivenza.
D. Aldo Martini